cultura e dintorni

Io Papusza – Poetessa Rom

„…Non sono una poetessa, sono solo una zingara del bosco, che vive di natura…Sono felice quando sento cantare le ruote, quando sento la pioggia che batte sul carro…Questa è la mia musica e a volte le parole stesse lo diventano…”    

                                                                                                          (Papusza)

Papusza (Bronisława Wajs) è nata il 17 agosto 1908 o il 10 maggio 1910 a Lublino ed è morta l’8 febbraio 1987 a Inowrocław a 76 anni. Da bambina ha imparato a leggere e a scrivere in segreto, sfidando i divieti della tradizione familiare e del clan, aiutata dai ragazzi che frequentavano le scuole e da una commessa ebrea. E’ cresciuta in mezzo alla natura, osservando e meravigliandosi della bellezza della natura, con i suoi: alberi, fiori, uccelli. Era bellissima. E per questo le venne dato il nome di “Papusza”, cioè “bambola”. A sedici anni fu venduta dalla famiglia allo zio Dionizy Wajs, anziano suonatore di arpa, e costretta a sposarlo. I coniugi adottarono un bambino che chiamarono Tarzan, figlio di uno zingaro e di una ragazza gagi (non-Rom).

Cominciò a scrivere in lingua rom e a cantare ballate, che a volte intitolava semplicemente “canzoni uscite dalla testa di Papusza”: ballate che parlavano della vita sua e del suo popolo, della povertà, della libertà, dell’amore.

Nel 1949 lo scrittore e poeta Jerzy Ficowski, perseguitato dal regime comunista, si rifugiò nel campo di Zingari dove viveva Papusza. Egli trascorse tra i Rom circa due anni, imparando anche i rudimenti della loro lingua. Il poeta si rese subito conto dello straordinario talento della zingara. Invitò la poetessa a trascrivere i suoi versi e s’impegnò a tradurli in polacco e a farli pubblicare, e infatti alcune poesie apparvero ben presto sulla rivista “Problemy”. Fu l’inizio della notorietà di Papusza, ma anche dell’ostilità della sua gente nei suoi confronti. Tra l’altro Ficowski sosteneva la politica di sedentarizzazione forzata dei Rom voluta dal regime, e che in pratica cancellava il loro tradizionale modo di vivere, imponendo l’educazione scolastica e lo svolgimento di un lavoro. Due mesi dopo la pubblicazione delle poesie, una delegazione zingara andò a far visita a Papusza, che ora viveva in città, non risparmiandole esplicite minacce. Ben presto fu accusata dagli Zingari di aver tradito i segreti del suo popolo. Nel 1953 uscì lo studio monografico di Ficowski Gli Zingari polacchi e nel 1956 la prima edizione delle poesie di Papusza nella versione dello stesso autore. Queste pubblicazioni inasprirono ancor più l’atteggiamento degli Zingari nei confronti della poetessa, che fu condannata dal Baro Shero, la più grande autorità dei Rom polacchi. Da questo momento in poi viene dichiarata impura ed espulsa dal clan. Papusza disperata, in un accesso di sconforto e di rabbia, brucia tutte le sue poesie, lasciando per un lungo periodo la scittura. Passò gli ultimi anni in estrema povertà, malata di mente e logorata dal senso di colpa fino alla morte. Il suo corpo si trasformò in una crisalide, cioè, proprio come dice il suo nome, simile a una “pupa”, a una crisalide senza voce.

Pochi anni prima della morte, in completa solitudine, non sapendo nemmeno dove si trovasse il figlio Tarzan, lo attendeva non sapendo dove egli fosse. E lasciando scritto: “Aspetto mio figlio. Verrà e mi porterà nel bosco, perché tutta la mia ricchezza è rimasta là. Esso era il mio palazzo per ripararmi dal vento e dalla pioggia…Quando vado nel bosco, là capisco ogni ramo. E quando vedrò attraverso gli alberi il chiarore del lago, capirò anche questo chiarore…”.

Continua…

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