società

Addentrarsi nel mondo dei diritti… delle donne (e la discriminazione trasversale) – Parte III

 

Quando si parla di diritti e di diritti di genere, quello che colpisce è che da tutte le ricerche fatte sia dalle Nazioni Unite sia da tutti gli altri Organi Internazionali e Territoriali competenti non esiste un paese al mondo in cui le donne non siano discriminate. Le disuguaglianze sono sempre le stesse, di tipo: sociale, economico e politico ma anche morale. Se ci addentriamo nel mondo del lavoro, possiamo osservare come le donne, a dispetto degli uomini, fanno più fatica a ricoprire ruoli importanti in ambito pubblico e sono meno tutelate dalla legge per la loro salute. (Non ci addentriamo nella difficile e controversa questione della maternità, per non scoperchiare il vaso di Pandora che invece sbotterebbe inesorabilmente) In tutto questo, l’Italia non è un paese che risulta protagonista positivo e tantomeno risolutivo della questione, anzi. Certo, molto è stato fatto ma la strada è in salita. Ad esempio, nel nostro paese, riguardo alla politica, siamo oltre il trentesimo posto al mondo come rappresentanza al femminile, cioè, le famose “quote rosa”, definizione ambigua e discriminante nel loro assioma, non sono sufficienti a combattere questa distanza sociale di genere. I motivi per cui le donne non riescono a emergere nel mondo della politica possono essere molti, forse la motivazione più comune è di tipo culturale: è possibile che nell’immaginario collettivo, l’italiano medio, pensi che la politica sia “uomo”, e non “donna”. Ma non abbiamo studi sufficienti utili a sostenere tale affermazione. Tuttavia, rimane il fatto che il “potere politico” e le scelte consequenziali a tale assioma sono nella maggioranza dei casi in mano agli uomini. Ovviamente, al di là della politica, alle donne sono state aperte altre porte lavorative che dal loro nascere sono state declinate da sempre al maschile, come: le trasmissioni sportive, o giornalistiche o di intrattenimento e tuttavia la divulgazione scientifica e politica, rimane alla stregua del maschio, forse perché, l’uomo rassicura di più con la sua razionalità̀, visto che la donna è considerata più emotiva. Come se le due sfere celebrali non fossero presenti in entrambi i sessi! E tuttavia, nell’immaginario comune questa potrebbe essere una spiegazione efficace, ma anche in questo caso, rimane solo un’ipotesi che non si avvale di studi scientifici sufficienti. Allora la domanda è: quale immagine abbiamo della donna che fa televisione? E nella pubblicità? E nella società? E nella cronaca? Di chi è la colpa della violenza? Esiste una colpa? Esiste un colpevole? La lista delle interpellanze potrebbe essere molto lunga. Ciò che emerge dalla lettura degli eventi legati alla differenza di genere è che il divario che contraddistingue il mondo maschile da quello femminile è un fenomeno trasversale, non legato a particolari culture, religioni o nazioni. È diffuso in quasi tutto il mondo, in modo più o meno evidente. Ovviamente, tale differenza dipende dalla società e dal contesto socio–culturale che contraddistingue quella data nazione, ma ciò che è certo, e inequivocabile, è che tale disgregazione, laddove è più forte, comporta un rallentamento sociale. Infatti, più una nazione è discriminatoria tra i generi più questa subisce impedimenti nel suo sviluppo, nella sua crescita. Ergo: una società unilaterale, che ha uno sguardo esclusivo, non può andare lontano.

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